Endegehen

by Serena Trinchero

The Endegehen collective, formed by the visual artist Marlen Und Marlen (Simona Boglietti) and the musician Metawaves (Christian Nicolao) speaks about itself and gives us some cues on their work, which tries to merge two seemingly distant media,  in order to investigate the roots of “Being”.

The interview was conducted between July and October 2012

Let’s start to know better the two souls of the group: what is the background of Metawaves (Christian Nicolao)?  And what the distinctive features of you work?

I started to approach music at a very young age through all that I could make sounds with: spoons, pans, glasses, the radio, recorders that I dismantled to understand where the music was coming from. After this Dadaist start my direction moved towards the guitar, an instrument I am truly in love with for its infinite possibilities that it offers, in all the eclectic experimental contests. My work consists of remoulding the wave sounds with which we interact with; all around us there is a world of vibrations that to those more lax could seem ordinary, but instead fosters in its inside the information necessary to understand the nature our civilization, our lifestyle, the reality that we are living and also the spiritual eclipse in which humanity dwells, that brings us to lead an existence far from all that is natural. My musical research is also an introspective research with which I bring forth emotions, psychosis, ruminations. The listening of the soundscapes that I create persuades a hypnagogic state, from that we can fall-in a sort of dreamlike, almost Grand-Guignolesque journey, and it dwells our deepest and most arcane Id. I am a musical dramaturge, a nihilist hallucinated by the void and the unfathomable.

While you, Marlen Und Marlen (Simona Boglietti), come from a purely artistic background, right?

Yes, after the Academy of Fine Arts, I graduated majoring multimedia set design. In my works I mainly use video and photography as expressive means, with particular attention to the new media and the possible relationships between them.  I live my artistic activity on a path of steady experimentation and research of forms and contents, reality and irreality, truth and illusion, responding first and foremost to a natural and profound expressive need.

How would you briefly describe your work?

My images reflect the horizontality of our living, the transversality of facts, forms, perceiving. No more a verticality linked by necessity to the cause-effect logics. My images are meant to be a critical interpretation of reality how it appears and how it reveals its surreality, being aware that what appears is just a simulacrum. Nothing is digital or edited in post-production. Just shots on film, generated in the womb of cameras, born before my existence, and now brought back as ghosts that have had many lives. In order to work slowly, and have the time to observe. Consciously poor photography made by analog cameras with basic settings, and at times without those, allowing the role of the demiurge of the image just to the pure shot and the double mirror (of the man and of the lens).

How was your collective born?

We have decided to put together our artistic expressions, because of our common vie, shared on life and art. The media has merged naturally, exactly for this reason, and because we find it interesting to express the same concept with images and music, to reinforce its message. We have reached the affiliation of sound and visual arts with Endegehen, after several tries, the visual work is being contemplated by the public, working as a door, a gate, through which pass from the empiric world to an ethereal sublimation, evoked by the invisibility of sound; it is full immersion inside the work, where the spectator can sink, coming out, transformed. They are two languages which fortify each other, creating contrasts, similarities, counterpoints, and distortions.

What does Endegehen stand for to you?

It’s the direction where we are heading to, where we are arriving, not physically or materially, instead transcendentally. Endegehen wants to simply try to demonstrate that only facing the unknown, we can be totally free to act as natural organisms.

VERSIONE ITALIANA

di Serena Trinchero

Il collettivo Endegehen composto dall’artista visuale Marlen Und Marlen (Simona Boglietti) e dal musicista Metawaves (Christian Nicolao) si racconta e propone alcuni spunti sul proprio lavoro che tenta di fondere due media, apparentemente distanti, al fine di andare alla radice dell’Essere.

L’intervista è stata condotta tra Giugno e Novembre 2012

Iniziamo con il conoscere meglio le due anime del collettivo: da che background proviene, Metawaves (Christian Nicolao)? E quali sono le peculiarità del tuo lavoro?

Ho cominciato ad approcciarmi alla musica già in tenera età attraverso tutto ciò che emetteva suoni: cucchiai, padelle, bicchieri, radio, registratori che puntualmente smontavo per capire da dove provenisse la musica. Dopo questa iniziazione dadaista mi sono avvicinato alla chitarra, strumento di cui sono tuttora innamorato per le infinite possibilità che offre, in tutti i contesti eclettico-sperimentali. Il mio lavoro consiste nel riplasmare le onde sonore con cui entriamo in contatto; attorno a noi c’è un mondo di vibrazioni che ai più disattenti può sembrare banale, ma che invece custodisce al suo interno le informazioni necessarie per comprendere la natura della nostra civiltà, del nostro stile di vita, della realtà nella quale viviamo e anche dell’eclissi spirituale in cui l’umanità dimora, che ci porta a condurre un’esistenza lontana da tutto ciò che è naturale. La mia ricerca musicale è anche ricerca introspettiva con cui esterno emozioni, psicosi, elucubrazioni. L’ascolto dei soundscapes che creo inducono ad uno stato ipnagogico, da cui possiamo sprofondare in una sorta di viaggio onirico ai limiti tra il granguignolesco e l’esoterico il magico e lo psicologico, una sorta di esplorazione intrapsichica negli erebi in cui abita il nostro ES più ombroso e arcano. Sono un drammaturgo musicale, un nichilista allucinato dal vuoto e dall’insondabile.

Mentre tu, Marlen Und Marlen (Simona Boglietti), provieni da studi più prettamente artistici, vero?

Infatti, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti mi sono laureata in scenografia ad indirizzo multimediale. Nelle mie opere utilizzo come principali mezzi espressivi il video e la fotografia ponendo particolare attenzione ai new media e alle possibili interrelazioni tra di essi. Vivo la mia attività artistica come un percorso di sperimentazione e ricerca continuo su forme e contenuti, realtà ed irrealtà, verità ed illusione rispondendo primariamente ad una naturale e profonda urgenza espressiva.

Come potresti in poche parole definire il tuo lavoro?

Le mie immagini riflettono l’orizzontalità del nostro vivere, la trasversalità di fatti, forme, sentire. Non più una verticalità necessariamente legata alla logica della causa-effetto. Vogliono essere critica interpretazione della realtà nella sua apparenza e rivelazione della sua surrealtà nella consapevolezza che ciò che appare è solo parte simulacro. Nulla è lasciato al digitale, alla rielaborazione in post produzione. Solo scatti nati e morti su pellicola nell’utero di macchine in essere da quando io ancora non lo ero e oggi rievocate come fantasmi dalle molte vite. Per lavorare con lentezza, per avere tempo di osservare. Una fotografia volutamente povera che utilizza macchine analogiche nelle quali è possibile esclusivamente il settaggio dei parametri basici e talvolta neppure di quelli, lasciando allo scatto nudo e puro e al doppio occhio specchio, umano e della lente, il ruolo di demiurgo dell’immagine.

Come nasce il vostro collettivo?

Abbiamo deciso di unire le nostre espressioni artistiche data la visione comune condivisa sulla vita e sull’arte. I media si son mescolati naturalmente, proprio per questo motivo, e perché ci pare interessante esprimere uno stesso concetto con immagini e con la musica per potenziare il messaggio. L’affiliazione del suono alle arti visuali è un’idea a cui siamo giunti con Endegehen dopo numerosi esperimenti, l’opera visuale viene contemplata dal fruitore dell’opera fungendo da porta, da varco, attraverso cui si passa dalla realtà empirica, a una sublimazione eterea evocata dall’invisibilità del suono; è un immersione totale all’interno dell’opera, in cui lo spettatore può calarsi uscendone trasformato. Sono due linguaggi che si fortificano a vicenda creando contrasti, similitudini, contrappunti e distorsioni. 

Che cosa designa per voi Endeghen?

E’ la direzione verso la quale ci accingiamo ad andare, ad arrivare, ma non in senso fisico-materico, ma bensì trascendentale. Endegehen vuole semplicemente provare a dimostrare che solo affrontando la paura dello sconosciuto, si può essere realmente liberi di agire come organismi naturali.